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  14/02/2011
Gentili Amici, cari Colleghi,
a quasi un anno di distanza dal mio ultimo intervento sul nostro portale associativo regionale, vorrei argomentare brevemente sul senso del nostro essere non solo «territorialmente» insieme nella delegazione Toscana ADI segnalando alcune linee guida associative nei confronti di un tema noto a tutti come quello della proprietà intellettuale.

Come tutti sapete, dal 1956, l'ADI riunisce progettisti, imprese, ricercatori, insegnanti, critici, giornalisti intorno ai temi del design: progetto, consumo, riciclo, formazione. È protagonista dello sviluppo del disegno industriale come fenomeno culturale ed economico. Il suo scopo è promuovere e contribuire ad attuare, senza fini di lucro, le condizioni più appropriate per la progettazione di beni e servizi, attraverso il dibattito culturale, l'intervento presso le istituzioni, la fornitura di servizi.

E ritengo che, per certi versi, lo scopo appena ricordato possa essere percepito appieno proprio per il tramite della questione della proprietà intellettuale perché la posizione associativa nei confronti di tale tema ha implicato anche proposte definitorie, qualitative e strumentali, assai esplicite circa il «dover essere» del design e di come questo «dover essere» vada difeso e mantenuto tale.

Il design secondo l’ADI

Per l'ADI il design è progettazione culturalmente consapevole, interfaccia tra la domanda individuale e collettiva della società e l'offerta dei produttori; esso interviene nella progettazione di prodotti, servizi, comunicazione visiva, imballaggio, architettura d'interni, e nella progettazione ambientale.
Il design è perciò – e più propriamente – un sistema che mette in rapporto la produzione con gli utenti occupandosi di ricerca, innovazione e ingegnerizzazione, per dare funzionalità, valore sociale, significato culturale a beni e servizi distribuiti sul mercato.
Questioni come il rapporto tra arte e design non possono essere perimetrate all’interno del solo diritto industriale, e il Decreto Ministeriale del 22 aprile 2004, conferendo alla collezione storica del Compasso d’Oro ADI(1) lo status di patrimonio «di eccezionale interesse artistico e storico», ha aperto ad un cambio epocale di ruolo e di percezione dell’intero sistema del design italiano, e non solo.
Assimilando il design all’opera d’arte, si è prospettato un nuovo scenario giuridico di tutela per la proprietà intellettuale e sulla identità industriale, con un apporto innovativo verso le recenti normative internazionali, europee e nazionali in materia di «proprietà intellettuale», «brevetti» e «diritto d’autore».
La necessità di tutelare l’opera dell’intelletto dai comportamenti scorretti della concorrenza, senza la velleità di sostituirsi al legislatore, ha dato vita, nel 1992 – in collaborazione con Confindustria –, ad un interessante organismo come il Giurì del design, affiancandolo con il Registro Progetti, strumento economico ed efficace offerto a progettisti e imprese per tutelare legalmente il lavoro.

Giurì del design

Questo organismo si propone di garantire, sulla base di un Codice di autodisciplina, che le creazioni di disegno industriale siano realizzate con prestazioni originali, senza imitazioni o comportamenti sleali.

È composto da:

  • due produttori e un progettista di disegno industriale nominati da Confindustria
  • due progettisti e un rappresentante dei produttori scelti da ADI;
  • tre giuristi effettivi e un giurista supplente;
  • un esperto di problemi di mercato;
  • un esperto di problemi dei consumatori.

  • La sua attività è rivolta a tutelare:

  • il diritto dell'utente a non essere tratto in inganno da comportamenti e proposte imitative;
  • il diritto dell'impresa produttrice alla salvaguardia del valore dei suoi originali investimenti in progettazione e sviluppo;
  • il diritto del progettista alla protezione dell'unicità dell'apporto professionale.

  • Codice di autodisciplina del Design

    Si fonda sul principio che le creazioni di disegno industriale debbano essere realizzate con prestazioni proprie, senza imitazioni o comportamenti sleali;
    Il Codice definisce e sanziona le attività in contrasto con le suddette finalità.
    L'insieme delle sue regole e delle decisioni emesse dal Giurì esprime i principi di correttezza professionale e competitiva in materia di design, in tutte le fasi di progettazione, industrializzazione e diffusione del prodotto.

    La sfida culturale della deontologia professionale

    Come ben sappiamo, il processo di «design» manifesta una intrinseca complessità, in quanto l’orizzonte particolarmente ampio del Disegno Industriale abbraccia – com’è definito nel codice di autodisciplina – «l’ideazione, la progettazione, la produzione e la comunicazione di oggetti, strumenti, macchine, parti o accessori, disegni di superfici o altro, secondo forme esteticamente e funzionalmente coerenti. Il termine “prodotto” comprende qualsiasi risultato dell’attività di disegno industriale».
    In sintesi: arte, industria e mercato.

    Augusto Morello, figura chiave nel panorama internazionale del design ci ricordava che «il disegno industriale è l’espressione più alta della volontà delle imprese e dei protagonisti migliori di attribuire ai beni qualità culturali appropriate ed inconfondibili, ossia tali da renderli attori e testimoni di cultura».

    Il comportamento deteriore che si esprime attraverso il plagio, la copia o l’imitazione servile, la riproduzione non autorizzata della configurazione di beni – e non di rado al fine di trarre in inganno l’utente finale – deve essere sottoposto a censura non solo da chi ne patisce il danno immediato, ma anche dalla deontologia sociale.
    Un progettista serio o un’impresa consapevole, privi della ragionevole certezza che il frutto del loro lavoro – sempre connesso con una costosa accumulazione di valori e di idee e d’un sofferto sforzo creativo – sia adeguatamente difeso, non sono incoraggiati né ad ideare né a produrre nuovi valori culturali ed economici.

    Anche per questo la sfida dentologica è peculiarmente una sfida per il futuro del mercato. Per ogni innovazione non tutelata, una ricerca originale finisce col determinare disagio economico a chi la realizza anziché premiarlo. E un mercato che non premia gli innovatori perde inesorabilmente vitalità, ricchezza ma, soprattutto, capacità di resistere nel tempo.



    Il Presidente ADI Delegazione Toscana
    Stefano Antonio Pirrone


    (1) Collezione che rappresenta da oltre cinquanta anni il massimo riconoscimento al merito del progetto, del prodotto e della ricerca, raccogliendo la selezione operata a partire dal 1954 fino all’ultima edizione nel 2008.



     
         

     
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     25/10/2011 
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     04/07/2006 
    Programma del Comitato Promotore per la Delegazione ADI TOSCANA


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