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  27/03/2013
Solidi sogni
 Davide Catenacci, Enrico Dini, Riccardo Dini*
[+ video]







Anche prendendo spunto dal recente volume di Lucia Rampino, si può rilevare come una riconosciuta caratteristica di quel coacervo di saperi taciti ed espliciti, che costituisce il «sistema delle conoscenze» contemporaneo, sia la costante e frenetica mutevolezza. In tale contesto afferma Rampino «l’implementazione deve essere tempestiva», ma più in particolare occorre «essere (...) in grado di non disperdere la conoscenza generata e di sfruttare al meglio le competenze (...); è questo il grande tema del knowledge management»(1). Nel termine, coniato negli anni ’90 da Karl Wiig, è riassunta buona parte di quegli obiettivi – ad esempio «migliorare l’efficienza dei gruppi collaborativi esplicitando e mettendo in comune la conoscenza che ogni membro ha maturato durante il proprio percorso professionale»(2) – che anche una associazione culturale come ADI Toscana è tenuta a soddisfare al meglio; in particolare in un periodo di evoluzione tecnologica così frenetico come l'attuale. Più in generale un marcato e attento knowledge management costituisce sovente la peculialità saliente e distintiva di molte riviste – di settore e non – anche perché, nel bene e nel male, la capacità di orientarsi nella attuale iper-complessità dipende in buona parte dalla capacità ricettiva e di sintesi del «sistema» mediatico globale nel suo insieme. E, per quanto spesso sfugga ai più, in tale «sistema» un ruolo assolutamente non secondario viene svolto proprio dai periodici dedicati ai più giovani, ovvero a chi in questa realtà molteplice e sfuggente dovrà operare senza peraltro poter contare su quelle «opzioni di confronto» che per noi adulti equivalgono forse più a remore o malinconici indugi nel passato che a reali vantaggi ermeneutici. Non sorprende pertanto che l’interessante articolo proposto dal presente contributo sia stato originariamente pubblicato nelle pagine del recente n. 2990 di Topolino. La corposa intervista realizzata da Davide Catenacci con i fratelli ingegneri Enrico e Riccardo Dini esplora e «divulga» egregiamente molti aspetti – reali e potenziali – di un geniale, innovativo quanto fulmineo «trasferimento tecnologico» inventato e sperimentato da una coppia di imprenditori toscani costretta ad esporsi e autogestirsi per non essere fagocitata da più consolidati interessi. Una sfida romantica, ma altrettanto concreta, rivolta ad uno dei settori che nel secolo scorso ha offerto la più strenua resistenza all’innovazione tecnologica e, forse, una prospettiva epocale in grado di avvicinare considerevolmente i pur distinti e limitrofi territori di design, architettura e progettazione ambientale. Una sfida in cui, come riportato da Riccardo Luna sulle pagine di «Wired» del maggio 2012, anche altri due fratelli toscani – Lorenzo e Luciano Cantini – individuano un ruolo non secondario nelle nuovissime generazioni perché sul tema delle stampanti 3D «siamo solo all’inizio. Oggi possiamo solo immaginare le applicazioni future di questa tecnologia. Ma fino a quando resterà legata alla cultura della collaborazione invece che a quella del mero profitto, sarà accessibile a tutti. Per questo vogliamo portarla nelle scuole. Siamo convinti che messa a contatto con menti giovani e creative possa diventare una piattaforma formidabile per concretizzare idee e progetti»(3).

Davide Catenacci: Siete entrambi ingegneri, ma voi come vi definite?

Enrico Dini: Pensiamo a noi come a due inventori. Abbiamo un approccio scientifico, ma sempre preceduto da un brainstorming che sconfina spesso negli aspetti divertenti del problema esaminato. È necessario mettere la competenza tecnica al servizio della creatività. Teniamo l'aspetto di business sullo sfondo (...). Abbiamo realizzato una serie di invenzioni che partivano da un'esigenza economica, ma per noi il vero motore era la sfida tecnologica, trovare la soluzione migliore con la quale risolvere un problema.

Davide Catenacci: Qual è la vostra formazione?

Enrico Dini: Siamo cresciuti a Pontedera negli anni del boom economico. Nostro padre è stato progettista-capo dell'ufficio calcoli della Piaggio e braccio destro di Corradino D'Ascanio, inventore della Vespa e dell'elicottero moderno. Abbiamo lavorato moltissimo nel campo dell'automazione, realizzando applicazioni su misura per l'industria calzaturiera...

Riccardo Dini: ... e per i piccoli artigiani che avevano bisogno dell'automazione. La nostra prima creazione fu un arricciatore per grondaie.

Davide Catenacci: E come siete arrivati alla stampa 3D?

Enrico Dini: Ci interessavano le tecniche di costruzione di prototipi con grafica e stampa tridimensionali. La stampa 3D è stata utilizzata a questo scopo fin dai primi anni Novanta, principalmente nei settori automobilistico e calzaturiero. L'idea di materializzare un file digitale con una stampante a getto d'inchiostro modificata ci affascinava parecchio e nel 2004 realizzammo parti di una lampada per un amico architetto. A lui per primo dissi che con questo processo, in linea di principio, si potrebbero stampare le case. Nessuno al mondo aveva mai pensato al metodo su una scala così grande, così scrissi il brevetto immaginando la macchina, e redassi un documento da presentare a possibili investitori.

Davide Catenacci: E poi?

Enrico Dini: Iniziammo il lungo percorso in un garage, stampando un capitello con un robot che utilizzava un ugello da quindicimila euro. Dopo un anno e mezzo di sperimentazione e di grandi sacrifici, ci separammo dagli aspiranti soci in affari, che non erano riusciti a trovare finanziamenti. Un ulteriore sacrificio economico della nostra famiglia ci permise di continuare il lavoro. Velocizzammo il processo con un metodo che non era ancora venuto in mente a nessuno: rendemmo il metodo di stampa analogo a quello di una stampante a getto d'inchiostro che però non colava goccioline di "inchiostro" nell'ordine di picolitri (milionesimo di litro), bensì di millilitri (millesimo di litro). Prima ancora, scovammo un processo chimico vecchio di centocinquant'anni, identico a quella di formazione delle rocce in ambiente subaereo, che ci permetteva di ottenere una roccia che fosse frutto di una reazione senza impasto. Noto il processo, il gioco era fatto. Credevamo e crediamo fermamente che questo sia il futuro dell'architettura e nel novembre 2006 ci demmo l'obiettivo di presentare la macchina a una fiera campionaria a Londra nel settembre dell'anno successivo. A tappe forzate, Riccardo e io costruimmo la macchina, hardware e software. Invece di un solo costoso ugello, ne mettemmo in linea trecento (dal costo di venti euro l'uno) per spaziare su un'area di lavoro enorme. L'obiettivo era, e rimane ancora oggi, costruire una macchina da cantiere, come una gru: si monta, si attacca la spina e via. Nel maggio del 2007 testammo la macchina in un campo. Una pazzia, perché un acquazzone sfasciò la protezione per ben due volte, ma riuscimmo nel nostro intento e ad andare in Inghilterra. In seguito, dopo avere acquistato un capannone nel quale poter lavorare con tranquillità, ragionammo su un altro problema. Volevamo capire come trasmettere agli investitori il potenziale della tecnologia che avevamo inventato. La nostra idea era mostrare che potevamo stampare in grande scala materiali edilizi che avevano una struttura spugnosa simile a quella di una roccia. Fu nostro padre a suggerirci di stampare il tempietto di San Pietro in Montorio, di Bramante, in chiave organica.

Davide Catenacci: Come ci riusciste?

Enrico Dini: Il progetto piacque ad Andrea Morgante, allora co-direttore dello studio di architettura Future Systems di Londra, che nel maggio 2007, dopo aver studiato il concetto di strutture trabecolate, cominciò a lavorare sul progetto. A luglio dell'anno successivo stampammo una struttura di due metri per due. La macchina lavorava bene, dieci millimetri a strato, ma che fatica! Allora non sapevamo che avremmo potuto trovare sul mercato il legante per far solidificare la sabbia, quindi lo fabbricavamo da soli mescolando gli ingredienti (...) fino a quando la reazione virava e si creava una sorta di precipitato, un liquido purissimo che pesava 1,7 kg al litro. Così abbiamo stampato Radiolaria. A me non piaceva il suo aspetto grezzo, volevo che gli investitori vedessero qualcosa che assomigliasse a un gazebo. Allora Riccardo e io, frullino alla mano, in due settimane l'abbiamo reso più attraente. A fine mese presentammo il progetto a un importante investitore, ma all'ultimo momento saltò tutto per via della crisi bancaria.

Davide Catenacci: Però non vi siete scoraggiati.

Enrico Dini: No, e con un piccolo budget, con la partecipazione della Camera di Commercio e di un imprenditore locale costituimmo una società. Costruimmo una nuova macchina, migliore della precedente, con la quale stampammo una casetta che fu esposta davanti alla Triennale di Milano. Oltre a questo, abbiamo cominciato a stampare altro: anelli, sedie, tavoli, abbiamo vinto il primo premio per un concorso per un giardino a Londra, abbiamo realizzato sculture con artisti e altro ancora, abbiamo cominciato a entrare in confidenza con gli strumenti di nuovi modi di fare economia come il crowd funding. Nel frattempo, con cuore, passione e amore abbiamo anche cominciato a lavorare alla versione più grande di Radiolaria, inizialmente destinato a essere sistemata in una rotatoria a Pontedera, ma ancora la destinazione è incerta.

Davide Catenacci: Nel frattempo, com'era la situazione economica?

Enrico Dini: Pochi soldi. Per questo, in parallelo con il lavoro di sviluppo, lavoriamo alla nostra tecnologia per come essa è oggi, non per come vorremmo che fosse. Così, per esempio, insieme a un architetto australiano abbiamo realizzato barriere coralline.
Con il massimo della tecnologia e del computational design, abbiamo modellato le forme con vincoli progettuali di algoritmi genetici generativi. Le abbiamo testate nel Mediterraneo e ora si trovano nell'oceano, in Bahrein e a Melbourne. Subito sono arrivati i pesci, primi abitanti di un oggetto stampato in 3D! Naturalmente, continuiamo a pensare al futuro. Recentemente ho tenuto una conferenza su come costruire la Landscape House, un edificio ispirato al nastro di Moebius in cui il soffitto diventa il pavimento.

Davide Catenacci: Agli occhi di un profano voi fate una cosa fantascientifica. È così?

Enrico Dini: Sembra così. È come pensare al volo. Si tratta di quelle idee che l'uomo prima di tutto sogna. Ciò che genera un progetto è un sogno, la famosa lampadina che si accende. Da lì, dalla "vision", si passa alla "mission", al progetto.

Davide Catenacci: Che cosa accadrà in questo campo nei prossimi anni?

Enrico Dini: Noi abbiamo appiccato una sorta di incendio tecnologico. Oggi è ancora faticoso produrre un singolo pezzo, perché non abbiamo avuto le risorse per sviluppare una nuova macchina, più evoluta. Temo però che dopo avere speso la nostra vita nel far partire un processo che genera una nuova economia, qualche grosso "player" possa scipparci la tecnologia. Avremmo bisogno di una squadra di avvocati per proteggere un'invenzione di valore strategico nazionale. Comunque, abbiamo richieste da tutte le parti del mondo per rappresentarci, dal Giappone al Sudamerica. Quando il tamtam arriverà alle orecchie di investitori capaci di spendere miliardi in nuove economie si apriranno vari scenari.
I piccoli manufatturieri e gli scultori potranno disporre di macchine di un metro per un metro. Con stampanti più grandi si potranno realizzare membrature di cinque metri con le quali produrre fabbricati dalle forme incredibili. Alcuni tipi di edifici sono belli di per sé, sono emozionali, e per chi voglia realizzarli la stampa 3D è ideale. Noi abbiamo inventato il modo per farlo. Il discorso delle risorse finanziarie va di pari passo con quello delle competenze tecniche e della tecnologia delle costruzioni. Comunque, quale sarà la diffusione di questa tecnologia e quanto sarà accessibile, dipende molto da me. Se non porterò avanti l'opera, tutto si affloscerà per i prossimi vent'anni.

Davide Catenacci: Quali sono i passaggi per passare dall'idea all'oggetto finito?

Enrico Dini: Il progettista realizza il modello in digitale, poi lo esporta in formato .stl (che significa stereolitografia). Noi manipoliamo il file con il nostro software proprietario che, per così dire, lo taglia a fettine. Ogni fettina corrisponde a un livello di spessore appropriato composto di pixel tridimensionali, i voxel.
Il primo livello sarà stampato su uno strato di sabbia pressata. Successivamente, stampando strato su strato, si ottiene l'oggetto finito. È semplice.

Davide Catenacci: Che cos'è la stereolitografia?

Enrico Dini: È la tecnica che permette di stampare in 3D. Dal punto di vista etimologico significa stampare rocce ed è esattamente quello che facciamo noi!

Davide Catenacci: Ci sono forme che vi ispirano più di altre?

Enrico Dini: Ci sono due linee di forme. Le ho raccolte sotto il termine archinatura, che ho coniato io stesso. Una linea mima la natura. Anche l'altra lo fa, ispirandosi alle leggi di accrescimento delle forme organiche o vegetali. Sono forme che hanno non solo una funzione estetica, ma una funzionalità: hanno necessità di essere fatte come sono.

Riccardo Dini: L'osso umano è composto dal minimo di materiale che ha il massimo di resistenza. La natura è sempre orientata a produrre con il mimino possibile.

Davide Catenacci: Rispetto alle tecniche attuali, questo mi sembra uno dei punti di forza del 3D. Ce ne sono altri?

Enrico Dini: L'aspetto estetico e l'aspetto etico. Vivere in un bel posto fa bene all'anima, induce sentimenti positivi, energia, incoraggia l'autosviluppo. La bellezza non dovrebbe essere un lusso, ma è l'essenza della vita.

Riccardo Dini: E poi ci sono anche il costo ridotto e il materiale, ecologico e che migliora nel tempo.

Davide Catenacci: C'è qualcosa che vorreste stampare, ma che non avete ancora realizzato?

Riccardo Dini: Una villa in Sardegna che abbiamo progettato perché dimostrerebbe che è possibile costruire senza deturpare il paesaggio. Abbiamo scansionato le pietre locali, che stamperemmo con lo stesso materiale locale di cui sono fatte.

Davide Catenacci: C'è altro che vorreste stampare ma che la tecnologia ancora non permette?

Riccardo Dini: Una città a impatto zero.

Davide Catenacci: A cosa state lavorando, oggi?

Enrico Dini: A un lavandino per uno studio di architetti di New York. E abbiamo appena stampato una scultura per una artista inglese che vive a Los Angeles.

Davide Catenacci: Altre cose che vi hanno chiesto di stampare?

Enrico Dini: La base lunare, ovviamente. È nato tutto anni fa, quando in un'università inglese mi dissero che il nostro metodo sarebbe ideale per costruire moduli abitativi sul satellite, io ero scettico, ma dopo qualche giorno, con enorme faccia tosta, chiamai un alto funzionario dell'ESA (l'Agenzia spaziale europea) per parlargli di possibili infrastrutture sulla luna. Passarono due anni e dall'ESA si fecero vivi per chiedermi una proposta per il progetto. A Pisa contattatai la Scuola Superiore Sant'Anna, che ospita un importante laboratorio di robotica, e la Alta Spa, società aerospaziale che produce micropropulsori per satelliti. A Londra, contattai il famosissimo studio di architettura Foster + Partners, che progettò il modulo lunare a struttura cellulare. Quindi stampammo il primo grosso "mattone" di 1,5 tonnellate, attualmente esposto all'ESA. E riuscimmo anche a stampare un piccolo frammento in una camera a vuoto che riproduce le condizioni lunari. Il nostro metodo funziona. Abbiamo usato un simulante lunare realizzato da noi, non il costoso JSC-1A della NASA.

Davide Catenacci: C'è un altro progetto... "pazzo" che vi hanno proposto?

Enrico Dini: Eccome! In Olanda ci hanno chiesto di stampare nel loro "piattissimo" Paese una montagna alta mille metri! Vorrebbero utilizzarla per scalarla in bicicletta e per sciare. Per quanto strane, iniziative del genere sommate ad altre molto ambiziose testimoniano che i tempi stanno cambiando. Siamo arrivati al momento in cui si passa dall'aspetto onirico a quello di implementazione.



* Il testo qui riportato è stato originariamente pubblicato su "Topolino" n. 2990 del 19 febbraio 2013. Oltre l'autore, si ringrazia Valentina De Poli – Direttore Responsabile della testata – e Jole Da Rin – PR & Press director –, per il nullaosta accordato.



Note al testo

(1) Lucia Rampino, Dare e forma e senso ai prodotti, Franco Angeli, Milano 2012, pag. 120.
(2) Ibidem.
(3) Riccardo Luna, Stampa 3D, a Firenze è un affare di famiglia, "Wired", maggio 2012.


Approfondimenti

Carolina Saporiti,
Anche la base lunare ora è cool e di design
Raffaele Oriani,
Come ti stampo casa
Manuela Messina,
Landscape House, la casa costruita con la stampante 3D
Riccardo Luna,
Stampa 3D, a Firenze è un affare di famiglia
Paolo Capobussi,
Edificare il mondo, stampandolo
Federico Gasperini,
Alla scoperta dell'archinatura: il cuore toscano delle costruzioni con stampanti in 3d





Enrico DiniEnrico Dini. (Pontedera - Pisa, 1974) Cresciuto in una famiglia con una lunga tradizione scientifica, è laureato in Ingegneria Civile alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha trascorso tutta la sua carriera lavorativa nei settori della meccanica dell’automazione e della robotica, realizzando un gran numero di prototipi. Collabora con lo studio di architettura Foster+Partners, con la European Space Agency, con la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa ed ha rapporti con varie università nel mondo.
E’ titolare di vari brevetti d’invenzione fra cui certamente il più importante quello su cui si basa D-Shape.
Ha avuto numerosissimi riconoscimenti internazionali per il contributo innovativo portato dalla sua invenzione nel campo dell’Architettura.





Davide CatenacciDavide Catenacci. (Urbino, 1964) A 19 anni si è trasferito a Bologna, per laurearsi al DAMS. Nello stesso periodo ha frequentato un corso di fumetto tenuto dagli autori del gruppo Valvoline e ha cominciato l’attività di fumettista: prima come disegnatore, poi come sceneggiatore. Dal 1996 vive a Milano, dove lavora alla redazione di Topolino, settimanale di cui oggi è caporedattore comics.
Ha collaborato a tanti giornali di fumetti e no, scritto testi per la trasmissione radiofonica 610 (Radio2), pubblicato due libri per ragazzi per i tipi di Edizioni EL e Coconino junior, curato i volumi PK - Il mito per RCS.






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Enrico Dini e un collaboratore al lavoro con la stampante 3D «D-Shape» realizzata della Dinitech di Pontedera | Alle loro spalle una versione in scala ridotta della «Radiolaria» progettata da Andrea Morgante - Shiro Studio<br><br> La stampante 3D «D-Shape», realizzata dalla Dinitech  Spa di Pontedera, in azione<br><br> La stampante 3D «D-Shape», realizzata dalla Dinitech di Pontedera, in versione «outdoor»<br><br> Sezione di un modulo del concept di villa a ridotto impatto ambientale in Sardegna (Porto rotondo, 2009) elaborato da James Gardiner - Faan Studio e realizzato con le stampanti 3D «D-Shape» della Dinitech di Pontedera<br><br>

James Gardiner - Faan Studio, rendering di barriera corallina «stampata» con la D-Shape Technology della Dinitech  Spa di Pontedera<br><br> James Gardiner - Faan Studio, porzione di barriera corallina realizzata con la stampante 3D «D-Shape» della Dinitech  Spa di Pontedera<br><br> Marco Ferreri, UnaCasaTuttaDiUnPezzo, Triennale di Milano, 2010 | La stampa è stata resa possibile dall'utilizzo di D-Shape Technology, inventata da Enrico Dini, amministratore delegato di Dinitech Spa di Pontedera<br><br> Marco Ferreri, UnaCasaTuttaDiUnPezzo, Triennale di Milano, 2010 | La stampa è stata resa possibile dall'utilizzo di D-Shape Technology, inventata da Enrico Dini, amministratore delegato di Dinitech Spa di Pontedera<br><br>

Forster and Partners, Modulo lunare, 2012 |  Con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, la Dinitech Spa ha testato fattibilità dei moduli abitativi  realizzandone alcune porzioni con la stampante 3D «D-Shape»<br><br> Forster and Partners, Modulo lunare, 2012 | Con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, la Dinitech Spa ha testato fattibilità dei moduli abitativi realizzandone alcune porzioni con la stampante 3D «D-Shape»<br><br> Janjaap Ruijssenaars - Universe Architecture, Landscape / Endless House - villa in Sardegna, 2012 | L'edificio dovrebbe essere completamente stampato entro il 2014 con la D-Shape 3D Printer della Dinitech Spa di Pontedera<br><br> Janjaap Ruijssenaars - Universe Architecture, Landscape / Endless House - villa in Sardegna, 2012 | L'edificio dovrebbe essere completamente stampato entro il 2014 con la D-Shape 3D Printer della Dinitech Spa di Pontedera<br><br>

Janjaap Ruijssenaars - Universe Architecture, Landscape / Endless House - villa in Sardegna, 2012 | L'edificio dovrebbe essere completamente stampato entro il 2014 con la D-Shape 3D Printer della Dinitech Spa di Pontedera<br><br> I fratelli ingegneri Riccardo (a sinistra) ed Enrico Dini ritratti insieme per la cover dell'intervista di  Davide Catenacci apparsa sulle pagine del settimanale ''Topolino'' n. 2990 del 19 febbraio 2013<br><br>


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